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  • CRISTOFORO COLOMBO

    ...AMMIRAGLIO MAGGIORE DEL MAR OCEANO,
    VICERÉ E GOVERNATORE DELLE TERRE CHE
    DOVESSE SCOPRIRE...

    by GIANCARLO V. NACHER MALVAIOLI

    CAPITOLO XI (CONT.)

    IL TESTAMENTO DI COLOMBO-LA SUA MORTE-LE SUE TOMBE-I PROCESSI CONTRO LA CORONA-LA QUESTIONE COLOMBIANA-SCOPERTA O INCONTRO?

    Tutto ciò piacque a Carreras Valls, il quale affermò anche che la città natale di Colombo era Tortosa in Catalogna, infatti esiste lì una zona chiamata Tierra Roja (Terra Rossa). La quale –secondo lui -è la stessa Terra Rubea che Bartolomeo Colombo indica come culla della sua famiglia.

    Finalmente chiudiamo il triste spettacolo con Carlos Pereyra, il quale, siccome non può dimostrare che Colombo era spagnolo, lo chiama (tra vari altri epiteti peggiori) impostore e senza patria, e si schiera contro quegli spagnoli che lo vogliono spagnolo, dato che non merita questa nazionalità un rinnegato, che non volle mai nazionalizzarsi e che sempre amò Genova. Sottolineando "l'oggettività", la "serenità di giudizio" e la "mancanza di pregiudizi" di questo Pereyra, chiudiamo l'argomento con questa sua 'boutade', secondo lui Colombo non doveva essere un meridionale, ma un nordico come Lincoln, Cromwell o Lutero, che furono dominati da concetti ebraici ed egoistici, estranei a la nostra cultura e che chiamiamo ipocrisia, ebraismo o protestantesimo.

    Con certo spirito razzista e meschino anche qualche nordico volle dimostrare che Colombo non era arrivato per primo in America (come se le scoperte fossero corse ad ostacoli, e il fatto d'arrivare primo non avesse nulla a che vedere con l'esplorare, informare, allacciare comunicazioni, causare trascendenze mondiali, ecc.). Quindi l'11 ottobre del 1965 uscì un articolo nel "New York Times", il cui titolo era: "Una mappa del 1440 mostra il Nuovo Mondo". Prendeva la palla al balzo l'"Herald Tribune", con un altro titolo: "Nuove prove: i vichinghi vinsero Colombo". Il fatto era che gli studiosi dell'Università di Yale avevano scoperto una mappa, che dimostrava che i vichinghi avevano attraversato l'Oceano Atlantico e sbarcato in qualche luogo del Nordamerica, che chiamarono Vinland. Dopo tanto rumore e schiamazzi si dimostrò che si trattava di un falso. Così falso come i caratteri runici trovati 'per caso' in una pietra negli Stati Uniti.

    In ogni modo è possibile che, oltre agli indios, durante tanti secoli fossero arrivati altri europei, africani o asiatici? Non mancarono le ipotesi. Non era assolutamente improbabile che cinesi, giapponesi, etruschi, gallesi, arabi, fenici, ebrei, francesi, scandinavi, indù, irlandesi, polinesi, australiani, olandesi, romani, portoghesi, spagnoli, tedeschi, turchi, veneziani, pisani o genovesi (e perché no monagaschi o sanmarinesi?) fossero giunti in America senza lasciar la minima traccia. Se ciò successe fu un'avventura completamente inutile e sterile. Resta solo un'ipotesi che ha solo il valore d'ipotesi.

    In ogni modo gli scandinavi, e gli anglosassoni in generale, vollero il loro Pinzón e regalarono una statua di Leif Erikson (figlio di Erik il Rosso), esploratore vichingo dell'anno 1000, che si trova in un parco di Brooklyn, e ce n'è anche un'altra a Saint Paul, nel Minnesota.

    Per concludere la 'questione Colombo' è necessario consigliare la lettura di alcuni tra i tanti scrittori seri, come gli spagnoli Antonio Ballesteros, Consuelo Varela, Pedro Voltes y Ramón Menéndez Pidal e tra i non spagnoli Samuel Eliot Morison, Paolo Taviani e Gianni Granzotto.

    Un altro argomento polemico è quello della parola 'scoperta', che soddisfà gli europei, ma non agli americani.

    Scoprire significa trovare cose ignorate o nascoste, cosicché 'la scoperta' fu degli europei che trovarono qualcosa e da loro comunicata al resto del mondo conosciuto, per gli indigeni americani fu un arrivo di estranei che vi rimasero, senza esserne invitati, e inoltre li dominarono.

    Chissà l'interpretazione di Salvador de Madariaga come l'incorporazione d'una parte ignota del mondo, sia la più corretta e giusta; indipendentemente dal grado di cultura raggiunto dai diversi popoli che abitavano il Nuovo Mondo.

    In generale gli spagnoli non vedono ragione alcuna per sostituire la parola scoperta con un'altra, mentre ai latinoamericani questa parola suona quasi offensiva, ma non si mettono d'accordo sul sostantivo che dovrebbe sostituirla. Il messicano Miguel León Portilla suggerisce 'incontro' dei due mondi (che sarebbe più appropriato se ci fosse stato realmente un incontro pacifico tra spagnoli e indios in mezzo all'Oceano). Ma un altro messicano illustre Edmundo O'Gorman rifiuta tale sostantivo, dato che non si trattò d'un incontro, ma d'un 'impossessarsi', cosicché suggerisce il termine 'invenzione' (dal latino invenire, che significa incontrar cercando o senza cercare, cozzare con qualcosa, scoprire, raggiungere, trovar una cosa nuova). Per l'italiano Taviani la vera scoperta fu quella dell'ignoranza degli abitanti del Vecchio Mondo.

    Il problema è che si cerca di trovare un termine che piaccia a tutti, oltre che il più appropriato possibile e quello che meno risulti molesto per qualcuno.

    Il 12 ottobre è festeggiato quasi in ogni parte, ma con nomi diversi: è il Giorno dell'Ispanità, in Spagna, il Giorno della Scoperta dell'America, in Italia, Il Giorno della Razza, in Messico (che secondo O'Goman è quello della razza ispanica, ma si toglie l'aggettivo perché suona troppo...spagnolo). Negli Stati Uniti, sebbene il Columbus Day sia dichiarato festa nazionale, soprattutto per le pressioni e l'insistenza delle comunità italiane, non è stato accettato da una dozzina di Stati, mentre in altri gli si danno nomi diversi, per esempio Discoverer's Day nelle Haway, Discovery Day nell'Indiana, Landing day nel Wiscounsin.

    NOTE

    1. Colombo, prevedendo già l'ostilità del Re, aveva consegnato, nel 1502, gli originali o le copie dei documenti più importanti al delegato della Repubblica di Genova Nicola Oderigo, affinché li depositasse nella Banca di San Giorgio. La lettera che li accompagnava comincia così: "Nobilissimi Signori, sebbene il mio corpo si trova qui, il mio cuore è sempre costì (a Genova)". Fondata nel 1407 quella di San Giorgio fu la prima banca pubblica nel mondo.
    2. Il testamento originale andò perduto, ma ne esistono trascrizioni.

      Comincia invocando la Santissima Trinità e vi ricorda tutti i diritti a lui concessi nelle "Capitulaciones" e le terre da lui scoperte. Stabilisce l'ordine di successione cominciando dai suoi figli e terminando con i suoi fratelli:

      "Che mio figlio Diego tenga e sostenga sempre nella città di Genova una persona della nostra stirpe che abbia costì casa e moglie, e gli si conceda una rendita per mezzo della quale possa vivere onestamente... ...infatti da essa (Genova) partii e in essa nacqui... ...che si depositi il denaro nella Banca di San Giorgio a Genova, città nobile e potente sul mare". Ricorda inoltre ai Re che il suo desiderio è quello di liberare il Santo Sepolcro e che lui metterà a disposizione il suo danaro per una crociata, e che suo figlio Diego dovrà parteciparvi, difendendo sempre la Chiesa dagli scismi e dalle eresie e cercando di convertire alla fede cristiana tutti i popoli delle Indie. Ordina a suo figlio Diego "che procuri e lavori per l'onore e il bene e lo sviluppo della città di Genova e inverta tutte le sue forze e i beni per difendere ed accrescere il bene e l'onore della sua Repubblica... ...che abbia e mantenga nella Spagnola una cappella con tre cappellani che dicano tre messe al giorno, una in onore della Santissima Trinità, un'altra alla Concezione di Nostra Signora e l'altra per l'anima di tutti i fedeli defunti, e per l'anima mia, e di mio padre e madre e moglie". Ricorda ancora a suo figlio che paghi tutti i debiti suoi, gli raccomanda Beatriz Enríquez affinché possa vivere onestamente. Finalmente lascia del danaro, senza che loro sappiano da chi proviene, a Gerolamo dal Porto, cancelliere a Genova, ad Antonio Vazo, mercante genovese che vive a Lisbona, agli eredi dei Centurione, degli Scoto, e di Paolo di Negro, genovesi, a Battista Spìnola o ai suoi fratelli, nel caso in cui fosse già morto, ed a un ebreo che viveva vicino alla porta del ghetto di Lisbona. Nel testamento ringrazia i Re e riafferma la sua lealtà e obbedianza.

    3. Come scrisse Giovanni Prezzolini non solo si mise in dubbio la sua italianità, ma anche la sua virtù e capacità; tutto questo è degno solamente di commiserazione...
    4. Tra le tante leggende ridicole inventate per screditare Colombo bisogna ricordare che Gonzalo Fernández de Oviedo nella sua "Storia Naturale delle Indie", pubblicata a Siviglia nel 1535, scrisse che le Indie erano appartenute alla Corona castigliana da tempi molto remoti, sin dal 1558 a.C., secondo ciò che affermavano cinque scrittori diversi. Cosicché da 3050 anni le isole scoperte da Colombo erano già dei Re di Spagna e Dio, senza un gran mistero, gliele aveva restituite... È curioso che anche Carlo V gli credette (o chissà si stava afferrando a qualsiasi pretesto, per assurdo che fosse, per non dar a Colombo ciò che gli spettava), e mandò a dire a Oviedo che voleva conoscere i particolari, testimoni, scrittori o i libri dove aveva letto ciò che affermava, e che gli rispondesse subito. Logicamente non ricevette mai nulla.
    5. Tra i luoghi comuni che ancora qualche editore continua a pubblicare, malgrado si sappia che si tratta di menzogne o di leggende, si trovano:

      "La Guida Michelin-Spagna 1974" dove si legge che nel 1487 il priore Juan Pérez ricevette Colombo in gran miseria. E che il 12 ottobre Colombo scoprì Cuba.

      Nella "Storia Universale Larousse", Jean Favier scrive che Colombo era nato a Genova da famiglia ebrea, senza dubbio d'origine spagnola.

      Nella "Storia Universale Daimon", Carl Grimberg scrive che Colombo morì povero e che non ci sono documenti sulla sua città d'origine.

      Nel "Cammino dell'Uomo" Sergio Martinelli scrive che la Regina vendette parte dei suoi gioielli, e che l'equipaggio del primo viaggio era composto in maggioranza da galeotti.

      "I grandi Conquistatori e Scopritori" è un'opera inglese di divulgazione poco oggettiva e precisa, pessimamente tradotta, cosicché non si sa bene di chi sia la colpa dei suoi numerosi errori. Eccone alcuni: Colombo mandò suo fratello Diego in Inghilterra. Giunse con suo figlio Diego, proveniente dal Portogallo, nel porto di SantaMaria. Appare ancora la favola dei gioielli della Regina e una leggenda nuova che a Palos i marinai si burlavano di Colombo che l'avevano visto chiedere l'elemosina.

      Josephina Oliva Coll, catalana, in "Terra Ignota", si chiede nel prologo, del 1986: Colombo marinaio, genovese o catalano?

      Rodolfo Puiggrós in "La Spagna che conquistò il Mondo Nuovo" afferma che fu il catalano Jaeme Ferrer de Blanes che indicò a Colombo la rotta che doveva seguire.

      Cosicché abbiamo un altro 'vero scopritore' dell'America: questo famosissimo Jaeme...

      Nel prologo di "I quattro Viaggi dell'Ammiraglio' Ignacio Anzoátegui dice che chi sa dove nacque Colombo, in ogni modo dove si nasce importa poco dato che si tratta di un accidente e non ha niente a che vedere con la sua nazionalità (bisognerebbe dirgli a questo Ignacio che in questo caso luogo di nascita e nazionalità coincidono, Colombo non chiese mai la nazionalità spagnola). Inoltre la stessa casa editrice, che gli pubblica questa specie di libro, aggiunge: '... non si tratterà d'un certo Juan Colón di Maiorca?'.

    6. Tutti i cronisti, senza eccezioni, dell'epoca scrissero che era uno straniero e genovese, o genericamente ligure, come s'è detto. Lui si dichiara genovese nelle lettere scritte ai Re, nei documenti e in altri suoi scritti. Lo affermano e confermano le cronache di Bartolomeo de las Casas, di Gonzalo Fernández de Oviedo, di Andrés Bernáldez, ed altri.

      Alcuni scrittori, per corroborare i loro dubbi sulla sua origine, s'afferrano a questa frase di Fernando Colombo: "...volle che la sua patria e la sua origine fossero meno sicuri e conosciuti, al punto tale che alcuni lo fanno di Nervi, altri di Buyasco, altri ancora di Savona, o di Genova o di Piacenza".

      A parte il fatto che le reticenze dell'Ammiraglio si dovevano alla sua umile origine e non gli piaceva parlare o sentir parlare della sua famiglia di cardatori, tutte le città che Fernando cita sono italiane. Senza contare che in quell'epoca 'patria' significava cittadina o paesetto natali, e non nazione. Quando nacque Colombo l'Italia non era neppure una nazione, però esisteva geograficamente con questo nome e tutti quelli che nascevano nella penisola si consideravano italiani, anche se spesso nemici uno dell'altro.

      Neppure la Spagna era una nazione e passarono molti anni prima di esserlo. Dopo il suo ritorno dal primo viaggio tutti, in Spagna e fuori, lo considerarono genovese, cominciando dai registri reali e dalle ricevute dei pagamenti riscossi. Le cronache del portoghese Joao de Barros e di Pietro Martire lo citano come genovese, e il turco Piri Reiz dice che è un 'infedele genovese'. A Genova Antonio Gallo scrisse che Colombo era nato in quella città da famiglia plebea; il vescovo Agostino Giustiniani, il cronista Bartolomeo Sanarega e gli inviati veneziani affermarono la stessa cosa nelle loro relazioni e corrispondenze. Torquato Tasso, nella sua "Gerusalemme Liberata", scritta tra il 1570 e il 1575, si legge:: "Un uom de la Liguria avrà ardimento a l'incognito corso esporsi in prima: né 'l minaccevol fremito del vento, né l'inospito mar, né 'l dubbio clima, né s'altro di periglio o di spavento più grave e formidabile or si stima, faran ch'el generoso entro a i divieti d'Abila angusti l'alta mente acqueti. Tu spiegherai, Colombo, a un nuovo polo lontane sì le fortunate antenne...", (canto XV, versi 31,32). Nel secolo XX l'ammiraglio e scrittore Samuel Eliot Morris affermò che dubitare dell'italianità e della fede cattolica di Colombo era come dubitare dell'americanismo e anglicanesimo di George Washington. Antonio Ballesteros, uno degli scrittori spagnoli più seri, lasciò scritto che non si può avere la minima ombra di dubbio sulla nazionalità genovese di Colombo. Mese più, mese meno, Colombo trascorse 25 anni a Genova, 8 in Portogallo, 16 in Spagna e 6 viaggiando.

    7. Il fatto poi di cambiare il suo cognome o adattarlo alla grafia o alla fonetica delle lingue dove si trovava, è comunissimo tra gli emigranti di qualsiasi nazione. Inoltre lo stesso Fernando Colombo da una spiegazione nel suo libro:

      "Mio padre volle cambiar di cognome affinché da lui cominciasse un'altra stirpe, diversa da quella dei Colombo in Italia". Tutto ciò potrebbe spiegare il perché i suoi parenti Giannantonio e Andrea conservarono i loro cognomi italiani pur restando in Spagna., mentre lo cambiarono Bartolomeo e Diego, fratelli di Cristoforo.

    8. A parte il fatto che essere ebreo non significa né razza né nazionalità, ma semplicemente l'appartenenza a una determinata religione. Cosicché ciò che importa è il luogo dove si nasce, si cresce e si vive, per lo meno durante i primi anni della fanciullezza, dove s'impara la lingua e soprattutto dove ci si sente e ci si vuole appartenere. Cosicché, anche se si accetta, per assurdo, che discendeva lontanamente da famiglia ebrea-spagnola, lui si considerava genovese, era nato a Genova, come i suoi genitori e i suoi nonni, quindi era italiano al cento per cento.
    9. L'Accademia di Storia spagnola fece esaminare i documenti dai periti paleografi Manuel Serrano e Elardio Oviedo y Arce che li dichiararono in parte falsi, e in parte interpolati e modificati.

    Se desiderate fare qualche commento o chiedere qualche chiarimento su Cristoforo Colombo per favore comunicatevi con l'autore, via e-mail. Grazie.
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